3 Days to Kill | questa sera su Rai 4

Standard

Questa sera su Rai 4 va in onda “3 Days to Kill”, per la regia di McG con Kevin Costner, Amber Heard, Hailee Steinfeld, Connie Nielsen, Tómas Lemarquis

Ethan è un agente della CIA vicino ai 60 anni. Quando scopre di avere una malattia terminale e quindi ancora pochi mesi di vita, cerca disperatamente di rimediare ai propri errori e riconciliarsi con la sua famiglia, da troppo tempo trascurata. Ma una agente dei servizi segreti ha in mente un’ultima missione per lui: Ethan, di fronte alla prospettiva di una cura miracolosa e segreta per il suo male, sarà costretto ad accettare. Sulla carta Three Days to Kill qualche motivo di interesse lo aveva: la curiosità di verificare le doti di action hero di Kevin Costner, in una versione matura e contemporanea del pilota di Revenge, in un mix con l’universo di Luc Besson, co-autore di una sceneggiatura vicina a Taken e affidata qui alla regia di McG (Charlie’s AngelsTerminator: Salvation). Fatta salva l’apertura, però, con una sparatoria ben coordinata (notevole lo scontro a fuoco attraverso il pavimento dell’hotel), degna di un action di Dante Lam, il senso generale di Three Days to Kill si smarrisce subito, scisso tra la volontà di girare un film d’azione, la parodia dello stesso o una sentimentale “ultima missione” di un uomo che ha sbagliato tutte le priorità della vita e cerca goffamente di rimediare. Dominato dalla prevedibilità in tutte le sue forme, dal colpo di tosse di Kevin Costner che significa da subito malattia terminale incipiente al rapporto pervaso di sensi di colpa e grande affetto con la figlia Zooey – cult assoluto il montaggio parallelo tra Ethan che insegna a Zooey ad andare in bici e una seduta di psicoanalisi filiale melodrammatica – Three Days to Kill non riesce, nella sua confusa sceneggiatura, ad amalgamare gli stili, finendo per creare imbarazzanti contrasti. Lo stile caricato e fumettistico di Besson, così figlio del postmoderno e degli anni Novanta, non ha saputo adeguarsi e ricontestualizzarsi, specie nelle maglie strette di una produzione come Three Days to Kill. Le connotazioni etniche finiscono quindi per sembrare un insulto all’intelligenza – il turco e l’italiano visti solo attraverso gli stereotipi più vetusti, musiche e spaghetti – così come le scene di tortura inframmezzate da intermezzi ironici, che forse vorrebbero rappresentare un audace tentativo di pater les bourgeois ma risultano solo pretestuose (e in fondo innocue).

Commenti

Commenti